Pechino, 10 aprile 2026. Dentro la sede di Xiaomi nel distretto di Haidian si sta svolgendo un evento che l’azienda ripete ogni anno. Si chiama 价值观大会, Values Conference, Conferenza dei Valori. Non è un evento in cui vengono presentati smartphone. Non è un lancio prodotto. È il raduno in cui Xiaomi, davanti ai suoi dipendenti e a una platea selezionata di partner e giornalisti, riafferma internamente la propria cultura aziendale.
Sul palco, a un certo punto, sale uno chef. Si chiama Bing Jiabao, è il capo della mensa aziendale. Il prodotto che sta per annunciare non è un telefono. Non è un’auto elettrica. Non è un elettrodomestico smart. È un gelato.
Si chiama Xiaomi Ice Cream ed è disponibile in tre versioni: Standard, Pro, Max. Costa tra i 75 centesimi e circa un euro e dieci al cambio attuale. Non lo puoi comprare da nessuna parte al mondo. È disponibile solo lì, dentro quella mensa. Eppure nel giro di tre giorni ne vengono serviti oltre duemila. La macchina si rompe. I coni finiscono. E il 16 aprile, a sei giorni dal lancio, Lei Jun interviene pubblicamente per dire che no, non è marketing.
Cos’è allora?
Tre versioni, un nome, due biscotti e un cereale che racconta un’identità
La nomenclatura del gelato ricalca esattamente quella degli smartphone Xiaomi. La Standard costa 5,99 yuan e contiene solo il gelato. La Pro costa 6,99 yuan e aggiunge un biscotto. La Max costa 8,99 yuan e ne aggiunge tre.
Ma non sono biscotti qualsiasi. In cinese si chiamano 价值观饼干, letteralmente “biscotti dei valori”. Sono stampati con il motivo grafico dei valori aziendali di Xiaomi. Più paghi, più valori aziendali ti porti a casa in forma commestibile. Un commentatore su Zhihu, la principale piattaforma cinese di divulgazione, l’ha sintetizzata con un’espressione che è anche un’analisi: 付费洗脑, “lavaggio del cervello a pagamento”.
Il gelato stesso è fatto con il miglio. Non è una scelta casuale. “Xiaomi”, in mandarino, significa letteralmente “piccolo miglio”: è il cereale economico con cui si mangiava in Cina quando non ci si poteva permettere altro, ed è il cereale da cui l’azienda ha preso il nome quando è stata fondata nel 2010.
La ricetta è stata sviluppata in tre iterazioni dallo chef Bing Jiabao. La prima prevedeva miglio cotto a vapore, ma si formava un blocco compatto. La seconda usava miglio tostato a bassa temperatura, troppo duro. La terza ha adottato una tecnica presa in prestito dal mondo del tofu, il cosiddetto cell wall breaking, che permette di ridurre il miglio a una crema fine da mescolare con il latte. Sopra, chicchi di miglio veri, lasciati raffreddare naturalmente. Per la parte industriale compare anche Mengniu, uno dei principali produttori lattiero-caseari cinesi, visibile sul macchinario.
Qui finisce il dato. E comincia il significato.
Il punto non è il gelato. Il punto è il palco
La maggior parte delle letture circolate in questi giorni ha trattato il caso come una trovata simpatica: lifestyle branding, brand extension, operazione virale, contenuto ben orchestrato. Ma c’è un dettaglio che cambia tutto. Il gelato non viene lanciato durante un evento commerciale. Non al Mobile World Congress. Non al CES. Non durante una conferenza prodotto.
Viene lanciato all’interno della Values Conference, cioè nell’unico appuntamento annuale che Xiaomi dedica alla propria identità culturale interna. Questo significa che il gelato non nasce per presidiare una categoria di consumo. Nasce per rendere tangibile la logica Xiaomi.
In un’azienda da oltre cento miliardi di dollari di valore di mercato, con linee prodotto che spaziano dagli smartphone alle auto elettriche, dagli elettrodomestici agli scooter, il rischio di frammentazione identitaria è concreto. La Values Conference serve proprio a ricompattare il messaggio interno. E il gelato, lanciato lì, smette di sembrare un vezzo e comincia a funzionare come una dimostrazione.
La mensa Xiaomi non è un servizio. È un laboratorio culturale
Per capire davvero il senso dell’operazione bisogna fare un passo indietro. Nel 2015, cinque anni dopo la fondazione, Xiaomi prende una decisione controintuitiva: smette di appaltare il servizio mensa a un operatore esterno e lo porta completamente all’interno. Chef, cuochi, camerieri, addetti alla logistica alimentare: tutti diventano dipendenti Xiaomi a pieno titolo.
È una scelta di coerenza, non di risparmio. Se Xiaomi è un’azienda in cui ogni dettaglio viene iterato fino a raggiungere il massimo rapporto qualità-prezzo, allora anche il pranzo dei dipendenti deve seguire la stessa logica. E questo obiettivo, evidentemente, non si governa davvero attraverso un fornitore esterno.
La mensa adotta un motto che in cinese suona così: 让每个人享受吃胖的乐趣. Tradotto: “Lasciamo che ognuno si goda il piacere di ingrassare”. È una formula volutamente informale, quasi comica. Ma dietro c’è un impegno operativo preciso: ogni giorno la mensa offre almeno due piatti a meno di 5 yuan e almeno un piatto a meno di 3 yuan.
È qui che il caso diventa davvero interessante. La mensa non è soltanto un luogo di servizio: è uno spazio in cui il brand può mostrare la propria identità operativa fuori dal core business.
Lei Jun dice che non è marketing. Vale la pena prenderlo sul serio
Il 16 aprile 2026, a sei giorni dal lancio e con la macchina del gelato ormai in avaria, Lei Jun, fondatore di Xiaomi, interviene pubblicamente. Risponde alle voci secondo cui il lancio sarebbe stato un’operazione di marketing virale studiata a tavolino. E lo fa con una frase che, tradotta, suona così: se applichi il metodo Xiaomi alla mensa e quella mensa diventa un caso virale, se da quel metodo nascono prodotti di successo, come fai a chiamarlo marketing?
La sua tesi è radicale ma molto precisa. Qui non c’è il marketing nel senso più classico del termine, cioè una campagna pianificata, un budget, un messaggio costruito per un pubblico-consumatore. Qui c’è un metodo aziendale applicato in modo coerente a qualcosa che non appartiene al business principale. Il fatto che diventi virale, che generi copertura mediatica internazionale, che se ne parli dal Giappone al Pakistan fino all’Italia, è una conseguenza. Non l’obiettivo originario.
Si può essere d’accordo oppure no con Lei Jun. Ma sul piano tecnico la sua osservazione regge. E smonta molte interpretazioni occidentali troppo veloci, perché tutte presuppongono un’intenzione commerciale precisa. Qui, invece, il motore è un altro: un metodo reso visibile dentro uno spazio controllato.
Anche al cucchiaino Xiaomi resta Xiaomi
A questo punto, guardato con occhi diversi, il gelato smette di sembrare un’idea simpatica.
Il prezzo, tra 0,75 e 1,12 euro, riflette perfettamente la logica Xiaomi: rapporto qualità-prezzo estremo, margine ridotto all’osso, accessibilità totale. Il processo di sviluppo segue la stessa sintassi che il brand usa per raccontare uno smartphone o un sistema operativo: tre iterazioni, problemi tecnici resi visibili, soluzioni progressivamente affinate.
La nomenclatura Standard, Pro, Max è la stessa dei telefoni, delle auto, di gran parte del portafoglio Xiaomi. È una gerarchia cognitiva semplice, leggibile, coerente: più paghi, più ottieni. La differenza è chiara a colpo d’occhio.
Persino la comunicazione tecnica del prodotto segue la grammatica Xiaomi. La ricetta viene raccontata come soluzione di un problema concreto. In altre parole, il gelato non è un gelato con il nome Xiaomi sopra. È un prodotto Xiaomi nel senso più pieno del termine. Solo che è fatto di latte e miglio invece che di silicio e alluminio.
La lezione vera: un brand maturo non ha solo prodotti, ha un metodo
È qui che il caso diventa utile anche fuori dalla Cina e fuori dal tech.
Che tu gestisca un e-commerce, un ristorante, un brand di moda, una piccola realtà locale o un’azienda industriale, la lezione del gelato Xiaomi non dipende dalla categoria. Dipende dalla struttura del brand.
Un brand maturo non è definito soltanto dai prodotti che vende. È definito dal metodo che riesce ad applicare in modo riconoscibile. Il prodotto è la conseguenza del metodo, non la sua origine.
Se il tuo metodo è extreme cost-performance con iterazione ingegneristica, come nel caso di Xiaomi, allora ogni cosa che fai, dal telefono al gelato, potrà apparire coerente. Se il tuo metodo è democratizzare il design attraverso una logica operativa precisa, allora anche ciò che sta ai margini del business smette di sembrare marginale e diventa prova di identità.
Ma il caso Xiaomi aggiunge un secondo livello, ancora più interessante. Per dimostrare davvero che il metodo è universale, devi applicarlo a qualcosa che non appartiene al core business. Proprio per questo il gelato è così potente: non serve a vendere dessert. Serve a mostrare che la logica Xiaomi funziona anche quando esce dal perimetro tecnologico.
Quando cambia lo spazio, cambia anche il modo in cui scegli
Oggi molte aziende cercano rilevanza aggiungendo messaggi e attivazioni. Xiaomi fa il contrario: riduce il discorso e lascia parlare la logica.
Il gelato non serve a vendere. Serve a far vivere uno spazio in modo diverso. E quando uno spazio cambia il modo in cui vivi un brand, spesso cambia anche il modo in cui lo scegli.
Ti interessano questi temi?
Iscriviti qui alla newsletter di Parliamo di Marketing
ogni giovedì gratis per te
FAQ
Perché Xiaomi ha lanciato un gelato durante la Values Conference?
Perché la Values Conference non è un evento commerciale, ma un momento in cui Xiaomi riafferma la propria cultura interna. Il gelato funziona come dimostrazione tangibile del metodo aziendale, non come semplice trovata promozionale.
Il gelato Xiaomi è davvero marketing?
Ha certamente prodotto attenzione e conversazione, ma nasce prima di tutto come applicazione coerente del metodo Xiaomi in uno spazio interno e simbolico. Per questo Lei Jun ha rifiutato una lettura puramente pubblicitaria del caso.
Cosa rende il gelato coerente con il brand Xiaomi?
La nomenclatura Standard, Pro e Max, il prezzo accessibile, l’uso del miglio legato al nome Xiaomi e i biscotti stampati con i valori aziendali. Tutto parla la stessa lingua del brand.
Perché questo caso è utile per chi costruisce un brand?
Perché mostra che un brand forte non si riconosce solo dai prodotti principali, ma dal metodo che riesce ad applicare anche fuori dal proprio core business. È lì che la coerenza diventa evidente e memorabile.
Che ruolo ha lo spazio fisico in questa storia?
Un ruolo centrale. La mensa Xiaomi non è solo un servizio interno, ma uno spazio in cui l’azienda rende tangibile la propria cultura operativa. È questo che trasforma un gelato in una prova di identità.
È corretto parlare di brand extension?
Solo in parte. La lettura più interessante non è quella dell’estensione di categoria, ma quella della dimostrazione di metodo. Il gelato non allarga davvero il business di Xiaomi: rende leggibile il modo in cui Xiaomi costruisce esperienza.




